Leonard Cohen riesce sempre a sorprendermi

Leonard Cohen riesce sempre  a sorprendermi

 

Sono pronto a morire, anzi no. Ancora una volta , a 82 anni compiuti,  Leonard Cohen,la  leggenda canadese della musica e della poesia,  è riuscito a sorprendermi.  Questa volta  alla vigilia del lancio del suo nuovo disco, You want it darker, che esce domani, 21 ottobre. Che Cohen non si sia mai proposto  in maniera particolarmente allegra è cosa risaputa,  ma nell’intervista pubblicata nei giorni scorsi dal settimanale The New Yorker è andato oltre i suoi standard. Quelli che, per esempio già nel 1988, quando non aveva neppure 60 anni , nell’album  I’m your man” gli facevano cantare “My friends are gone and my hair is grey / I ache in the places where I used to play “.

Ripercorrendo la propria  vita per il giornalista David Remnick che ha poi scritto la storia che ho divorato a letto con un mug di caffè in mano,  Vohen  ha affrontato direttamente il tema dell’avvicinarsi  della morte dicendo : “Ho ancora del lavoro da fare. Degli impegni da seguire. Ma sono pronto a morire. Spero non sia troppo disagevole, è la cosa che conta di più per me”. Poi il ripensamento. Ecco che Cohen nei giorni scorsi durante un evento a Los Angeles se ne esce con questa dichiarazione : “ultimamente ho detto di essere pronto a morire, ma penso  di aver esagerato. Ho sempre avuto una forte tendenza a drammatizzare. Intendo vivere per sempre». E dopo aver anticipato di avere in programma  altri due album prima della propria fine ha aggiunto: “ Voglio essere ancora in giro fino ai 120 anni”. Lo capisco: anch’io vorrei essere in giro fino a 120 anni. Anch’io ho ancora tante cose da fare nella mia vita.

La morte, per altro, è sempre stata nelle corde di Cohen,  sin da quando a Londra,  alla fine degli anni Cinquanta,  scriveva poesie tristissime in stanze gelide. E l’avvicinarsi del momento della fine l’ha sentito in modo particolare nei mesi scorsi quando, in luglio, a 81 anni  è mancata  Marianne Ihlen, la compagna e musa degli anni Sessanta,  quando entrambi vivevano sull’isola greca di Hydra.  Fu a lei che  dedicò una delle sue canzoni più famose: So Long, Marianne. Alla donna ormai in punto di morte per una forma di cancro Leonard Cohen ha inviato una lettera toccante che –con il suo benestare- è stata resa pubblica. Tra le altre cose le dice: “Eh sì, Marianne, dobbiamo prendere atto che siamo  vecchi e che i nostri corpi stanno andando a pezzi. Penso che ti seguirò presto. Ma sappi che ti sono così vicino che se allunghi la tua mano penso  tu possa toccare la mia”.

Parole che ben  fanno pendant con i brividi assicurati dal cantore  Gideon Zelermyer e dal coro della sinagoga Shaar Hashomayim di Westmount  in Québec  che accompagnano Cohen nel brano del singolo You want it darker che anticipa il disco.Un brano  che esplora il pensiero religioso  dell’avvicinarsi della fine in cui l’artista canadese recita anche  in ebraico,  oltre a cantare con la sua inimitabile voce sussurrante , che qui pare raggiungere tonalità ancor più basse del suo solito. “Hineni Hineni /I’m ready, my Lord” .

Ma  quasi tutto il disco, è permeato da atmosfere solenni. Quelle di quando ci si prepara a un addio.  In “Treaty” confessa l’egoismo cieco dell’amore ;  “Leaving the table” –in cui spicca un indimenticabile  a solo per chitarra- è una ballata lenta e gioiosa sull’impossibilità di cambiare il corso delle cose; “Steer Your way”  celebra  il coraggio del cuore quando si trova a dover affrontare l’oscurità. 9 brani in tutto che non si sa ancora se diventeranno oggetto di un tour. Ma sarebbe bellissimo poterlo riascoltare a Lucca.  Leonard Cohen, mi sorprenderai ancora?

 

 

 

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